Fra le quinte d'una incoronazione - Napoleone, maggio 1805

Pubblicato il 26 maggio 2026 alle ore 19:33

Il 26 maggio 1805, nel Duomo di Milano, Napoleone indossava la Corona Ferrea di Monza pronunciando la sua frase più famosa: 'Dio me l’ha data, guai a chi la tocca'. Ma dietro la solennità di quel momento, come funzionava la macchina dei preparativi?

La risposta si nasconde tra le pagine di uno scritto del 1932. Organizzare un evento simile fu un'impresa colossale, che mandò gli uffici comunali letteralmente in fiamme. Servirono budget enormi e notti insonni per garantire vitto e alloggio a tutti: autorità e cavalli arrivati da mezza Europa. Non mancò il lavoro estenuante di poeti e scrittori, chiamati a comporre a tempo di record i discorsi ufficiali e le iscrizioni per gli archi di trionfo in legno e tela.

Napoleone Bonaparte indossa una ghirlanda d'oro, simboleggiante il suo potere, in un regale ritratto civile conservato a Milano.

Il Ministero dell'interno aveva avvertito il Comune che per dare un tetto - sia pur provvisorio - alle sole autorità convenute a Milano per la festa della incoronazione occorrevano almeno 500 camere "ammobiliate con decoro". Cinquecento camere! Al Broletto si credette di impazzire. Ma il Podestà se la cavò, come spesso avviene in questi casi: nominò una Commissione di probi e zelanti cittadini col titolo di "Commissione degli alloggi", ne mise a capo un tal signor Belinzaghi, che doveva essere un uomo svelto; e questi cirenei, fieri di tanto onore e della fiducia podestarile, si misero all'opera con entusiasmo e con fede.

E i cavalli? Ci si può immaginare anche in tempi d'automobile quale parte importante avesse allora questo motore che consumava, sia fermo sia in marcia, quintali e quintali di fieno. Cavalli per le berline di gara, cavalli da sella, cavalli per le poste. Nelle case private i portici dei cortili eran colmi di fieno fino al soffitto. Si parlò di occupare perfino l'Arcivescovado; ma si invase il collegio di Santa Maria Segreta dei reverendi padri Somaschi, i quali levarono al cielo le più alte strida.

C'era da accontentare il buon popolo milanese che da questa festa voleva cavar fuori qualche vantaggio. Lasciamo allora da parte le cantate, gli spettacoli alla Scala, i banchetti ufficiali e le luminarie; c'erano le distribuzioni gratuite di pane - 31.960 razioni con 15.181 lire di spesa! - e c'erano i premi alle famiglie povere con dieci e più figli. In fretta e furia, e con l'aiuto dei parroci, si fece un censimento di queste fortunate famiglie e se ne trovarono ben 147.

E venne infine il gran giorno. Le autorità milanesi, stanche morte e con gli occhi pieni di sonno arretrato, indossavano gli abiti di cerimonia con lo stesso ardore con cui sarebbero andate al patibolo..., i cannoni tuonavano, i cavalli scalpitavano impazienti. E il popolo nelle vie aspettava la parata con la stessa impazienza con cui si attendeva il corso dei carri mascherati il sabato grasso. I borghesi invece comodamente seduti alle finestre delle case, davanti alle quali sarebbe sfilato li corteo, non pensavano che tutte quelle spese le avrebbero pagate loro, che era già pronta una "proporzionata imposta sul censo".

 

Ringrazio l'amico collezionista Mirko Valtorta, per avermi concesso la lettura cartacea di questo libretto.

Milano da leggere: libri e consigli di carta.

Segreti, retroscena politici e pettegolezzi di una Milano monumentale e caotica, raccontati con l'ironia e il fascino d'altri tempi da chi quella città l'ha amata davvero. Ecco il mio consiglio di lettura!

Milano d'una volta – IV – La Capitale
Alex Visconti 
Fondazione Treccani degli Alfieri per la Storia di Milano
1945 – 75 pag

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