Il Circuito di Monza

Pubblicato il 2 settembre 2026 alle ore 10:00

L'attesa per il prossimo Gran Premio si fa sentire, ma oggi voglio portarvi al momento in cui tutto ebbe inizio: l'anno 1922.
All'epoca della fondazione, l'autodromo era spesso chiamato «Circuito di Milano nel parco di Monza». Una dicitura che ormai suona quasi strana, poiché oggi Monza si è presa la sua storia e basta il nome stesso a definire un mito unico nel mondo.
Pur rispettando la fedeltà del testo originale, anche io mi sono sentita in dovere di aggiornare il titolo dell'articolo, lasciando che sia il presente a raccontare il passato.

Gli innumerevoli spettatori del Gran Premio dell’Automobile Club d’Italia che il 10 settembre 1922 si dettero convegno nel Regio Parco di Monza da tutti i centri della penisola e da molti dell’estero, se ammirarono le audacie sapienti degli uomini in corsa, la velocità, la «ripresa», la linea delle vetture lanciate a velocità folli, ed anche la superba grandiosità del paesaggio, cui l’inclemenza atmosferica conferiva una precoce tinta di grigiore autunnale, non riuscirono, forse, in uno sguardo solo a comprendere e valutare tutta la vastità dell’opera compiuta con ritmo vertiginoso.

automobil del 1922 che partecipano al primo gran premio di formula uno a Monza. Ci sono anche piloti famosi come Nazzaro e Bordino

Le Vie d'Italia  - Rivista mensile del Touring Club Italiano  - Milano - Corso Italia, 10 - Anno XXVIII - N° 10 - Ottobre 1922 

Gli iniziatori del Circuito sferravano il soverchiante peso della propria indomita volontà; contro le difficoltà del tracciato, i tecnici moltiplicavano la forza dell'ingegno e della tenacia; contro il terreno da trasformare, da materia informe in pista perfetta ed esemplare, le maestranze lavoravano con lena da troppo tempo ignota.

Il 4 aprile 1922 la S.I.A.S. (Soc. Incoraggiam. Automobilismo e Sport), ente privato costituitosi per la costruzione del circuito e presieduto dal sen. Crespi, firmava la convenzione per l'adattamento della parte nord del Parco a Circuito automobilistico; il 15 maggio i lavori avevano inizio effettivo; il 28 luglio 1922, sulla pista ormai ultimata, Felice Nazzaro e Pietro Bordino compivano i primi «galoppi».
La vastità dell'opera è indicata da alcune cifre. Materiali impiegati: pietrisco, ghiaia, ghiaietta e sabbione mc. 55.000; cemento, quintali 45.000; ferro per armature q.li 500. Ecco poi il riassunto delle opere compiute: movimenti in terra, scavo mc. 90.000; riporti mc. 68.000; superfici cilindrate senza e con inghiaiatura mq. 100.000; pavimentazione in macadam mq. 5.000; in calcestruzzo mq. 100.000; pietrisco, ghiaia, ghiaietta e sabbione mc. 50.000. La pavimentazione in macadam catramato si ridusse al solo vialone centrale; la restante pavimentazione è tutta in calcestruzzo. Furono impiegati all'opera 200 carri con cavallo e 10 autocarri; vennero scaricati in media quotidianamente 60 vagoni ferroviari; furono addetti ai lavori un massimo di 3000 e una media di 2000 operai.

«Riassumendo: il Circuito di Milano è composto da tre curve principali raccordate con policentrica ai rettifili, con uno sviluppo complessivo di m. 3160, da sei curve secondarie con raggi variabili dello sviluppo complessivo di m. 1126 e da diversi tratti di rettifili con sviluppo complessivo di m. 5714. I due rettifili della pista hanno una lunghezza di m. 1072,08. Il più lungo rettifilo del circuito, sul lato orientale, misura m. 1631 ».
Si comprende il differente obbiettivo della pista e del circuito: la pista deve permettere l'esplicazione delle massime velocità compatibili con un dato tipo di macchina; il circuito deve mettere a prova altre doti della macchina oltre quella della velocità: le risorse di ripresa del motore, i freni, la rigidezza del telaio e la resistenza della sospensione. Nei riguardi del guidatore, la pista ne mette in evidenza talune doti, il circuito talune altre. Il tracciato del Circuito nel Parco di Monza risolve il problema, consentendo di allacciare o meno la pista di km. 4.500 al circuito stradale di km. 5.500 col semplice disporre in diverse maniere una serie di cavalletti mobili a strisce bianche e nere attraverso il doppio rettifilo che corre innanzi alle tribune.
I tecnici del Circuito sono riusciti a rendere questo capace di altissime velocità. Perché se Bordino, in corsa, realizzò la media di poco più che 146 orari, in allenamento egli aveva raggiunti e sorpassati i 150. Anche l’Italia è ormai fornita di un moderno autodromo, rispondente a tutte le esigenze della tecnica più raffinata. Di questo autodromo era vivamente sentito il bisogno in un paese in cui, come nel nostro, l’industria automobilistica, in continuo sviluppo ad onta della crisi generale, e quella motociclistica, che le recenti vittorie internazionali hanno in modo così promettente affermata, abbisognavano, e più abbisogneranno, di un campo sempre aperto alle prove delle loro macchine, lontano dalla curiosità delle folle, dagli inciampi del traffico.
Se, come si spera, le ultime avversioni burocratiche contro il circuito cadranno, e le curve potranno essere adeguatamente sopraelevate, la pista compresa nel Circuito di Milano ha tutte le possibilità di rivaleggiare, quanto a velocità, con i più famosi autodromi del mondo. A questo proposito non sarà inutile ricordare come di fronte ai 4500 metri della pista del Circuito di Milano stiano i m. 4032,18 di sviluppo totale dell’autodromo di Indianapolis e i m. 4324 di Brooklands.

Ma sa, il pubblico immenso che acclamò i vittoriosi nel Parco di Monza, quale lunga somma di sforzi si sia dovuta compiere prima di fornire ai prodigiosi superatori del tempo e dello spazio l’arma per la vittoria? Concepita la macchina nella sua mente, il tecnico (citiamone il nome: ing. Giulio Cappa della Fiat) ha dovuto accingersi a curarne il disegno in ogni più minuto particolare. Poi la scelta dei materiali, la costruzione dei modelli; i forni, le fonderie, le forgie, i magli, i torni al lavoro, le sale di montaggio, i banchi di prova, il collaudo della strada... Un lavoro senza tregua, di dieci mesi, assillato dal desiderio di giungere in tempo e di creare l’opera perfetta. Tentativi, variazioni, rinunce ad ogni momento, difficoltà previste e non previste; scoraggiamenti seguiti da improvvise vittorie. Una vettura del Gran Premio, se è la figlia legittima del tecnico che l’ha concepita, è dunque un po’ anche la pupilla di tutti coloro che, dal disegnatore all’ultimo montatore, ne videro, affrettandola, la rapida crescita. Anche chi fermò su di essa un solo dado sente legittimo l’orgoglio di aver contribuito al trionfo dell’Italia nel Gran Premio di settembre. Ecco perché le vittorie conseguite in una grande prova automobilistica non sono solo vittorie di un uomo, o di una Casa o di una industria, ma rappresentano il trionfo di tutta la Nazione, di tutto lo sforzo nelle piccole creature metalliche. Il pubblico innumerabile che gremiva il Parco di Monza nelle epiche giornate, ha ben sentito tutta questa grandiosa importanza dell’avvenimento; e ha decretato ai vincitori omaggi pari a quelli di cui furon circondati i trionfatori di altre battaglie.


Le Vie d'Italia fu uno storico mensile illustrato pubblicato dal Touring Club Italiano dal 1917 al 1968, per promuovere il turismo nazionale e la conoscenza del patrimonio paesaggistico del Paese. Affermatasi come modello editoriale grazie a reportage d'avanguardia e fotografie d'autore, la rivista ha documentato cinquant'anni di mutamenti sociali e infrastrutturali, raccontando passaggi cruciali come la nascita delle prime autostrade, il turismo e l'avvento del boom economico.


fotografia della ferrovia che ra stata aperta nel parco di Monza per trasportare i materiali di costruzione dell'autodromo, nel 1922

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Dal 1922 ad oggi l'Autodromo di Monza ha cambiato volto. Le grandi modifiche degli anni '50 hanno ridisegnato curve leggendarie come la nuova Parabolica e l'anello delle Sopraelevate. Oggi, le nuove tecnologie e le rigide regole di sicurezza hanno trasformato la pista in un tracciato moderno, lasciando a volte aperta la complessa convivenza tra la sua anima storica e la tutela del nostro Parco.
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